The Lea Gramsdorff Archives

"Nelle irrisolte antitesi di Ibsen"

Nelle irrisolte antitesi di Ibsen.
“La creatura” degli Akròama al Teatro Libero di Palermo
di Agata Motta
(Scenario, dicembre 2009)

“La creatura” è l’opera d’arte suprema, quella nata dall’incontro artistico di uno scultore e della sua musa ispiratrice, giovane modella uccisa, nella sua natura più intima di donna, dal rifiuto dell’artista a possederla fisicamente, in quanto immagine vivente della bellezza e della purezza.

Il lavoro, portato in scena al Teatro Libero dalla compagnia sarda Akròama per la regia di Lelio Lecis, è liberamente ispirato all’ultimo dramma di Ibsen “Quando noi morti ci destiamo”, considerato il testamento spirituale dell’autore per la riflessione sul rapporto tra l’Arte, supremo ideale da raggiungere, e la Vita, inseguita e sempre preclusa a chi, invece, è destinato all’immortalità dai propri capolavori. Il gruppo scultoreo sulla Resurrezione, immaginata come una fanciulla nuda e purissima che si libra nel cielo dall’alto di un piedistallo, è dunque il capolavoro per eccellenza dello scultore Rubeck, un Simeone Latini che sa dargli il giusto tono di iniziale apatia e poi di riaccesa passione. Ma proprio quel piedistallo, che nel tempo assumerà sembianze sempre più nette e infine preponderanti rispetto all’idea originaria, verrà considerato suprema e ulteriore offesa per la modella Irene, un’eterea e bellissima Lea Karen Gramsdorff, che sa rendere ad un tempo algido e vibrante il suo personaggio.

Si susseguono la fuga, la follia, la morte interiore per lei, in un crescendo di disfacimento fisico e morale, mentre in lui la crisi dell’abbandono e il conseguente inaridimento umano e professionale porteranno ad un crescendo di insoddisfazione e di vana ricerca di scampoli di vita. Ma neanche la giovane e vitale moglie Maja riuscirà a restituirgli il piacere dell’esistere e, conscia dell’insuccesso, persino lei cercherà altre strade percorribili. Il climax nell’opera, oltre che nei nuclei narrativi, è rappresentato sia nella geografia dei luoghi - si passa dalla stagnante attesa nella stazione balneare allo slancio ascensionale delle alte vette innevate – sia nel linguaggio: concreto e materiale quello di Maja e Ulfheim, la coppia antagonista, nostalgico ed elegiaco quello dei protagonisti. Nella riduzione dell’opera, Lecis - che gioca ambiguamente con la “morte” di Irene, biancovestita come un’apparizione soprannaturale - isola e piega il rancore della fanciulla alle proprie esigenze espressive sino a farla diventare carnefice. Nella bella scena finale, creata con un efficace gioco di effetti luminosi assecondati dalla bella musica di Amy MacDonald, gli infelici amanti si porgono l’unico e ultimo abbraccio mortale, mentre lei con lo stiletto-fermacapelli colpisce e affonda nella carne mai posseduta dell’uomo che non ha saputo amarla e nel verde stagnante di una pozza d’acqua posta a sostituzione dell’originario candore della valanga.

L’odio anoressico e narcotizzato di Irene è anche, e soprattutto, quello della giovinezza offesa dal crollo delle illusioni, e il danno che ne consegue non può essere risarcibile. Rosalba Piras (Maja) e Tiziano Polese (Ulfheim) rappresentano invece, in questo dramma che Ibsen ha voluto costruire geometricamente per contrapposizioni evidentissime, il legame agli aspetti più brutali e prosastici dell’esistenza, entrambi sono vivaci e reali, solidi e massicci come i tavoli e le panche di legno della scenografia, manovrata e sistemata a vista proprio dall’unico personaggio, il cacciatore di orsi reso allegro dall’acquavite, che possiede i muscoli e la forza (reali e metaforici) necessari per il compito.

La Creatura, quindi, nell’immagine finale consegnata ai posteri - un groviglio di corpi umani con sembianze animalesche sul piedistallo e, in posizione quasi secondaria, la nuda bellezza della Resurrezione – è il simbolo che suggella l’antitesi irrisolta tra Artista e Opera (al centro della ricerca dello stesso regista) tra Arte e Vita.


source: Scenario